Pakistan: la folla fa giustizia più in fretta della Corte suprema
Nel Punjab, una folla ha dato alle fiamme l'ambulatorio e la casa di un farmacista cristiano accusato di blasfemia per un video su WhatsApp, a meno di un giorno dal suo arresto. Alla Corte suprema, invece, sono serviti tredici rinvii per liberare un fratello cristiano e lasciare l'altro nel braccio della morte. Nel Sindh, due sorelle indù di 13 e 14 anni hanno atteso sette settimane per tornare a casa, mentre al confine afghano l'esercito combatte i khawarij che definisce sponsorizzati dall'India e protetti dai talebani.
Un video su WhatsApp, una preghiera del venerdì, un incendio
La sera dell'8 ottobre, a Gharial Kalan, un villaggio di circa 5.000 abitanti nel distretto di Sheikhupura, nel Punjab, la polizia ha arrestato un farmacista cristiano di 40 anni, padre di tre figli, accusato di aver condiviso un video blasfemo su WhatsApp, e lo ha trasferito in un luogo sicuro. Il giorno dopo, al termine della preghiera del venerdì, una folla ha fatto irruzione nel suo dispensario, lo ha dato alle fiamme e poi ha incendiato la sua casa. Secondo un deputato provinciale, la folla si è poi diretta verso la chiesa, prima di essere fermata dalla polizia. Sono fuggite da una dozzina a oltre 35 famiglie cristiane, a seconda delle fonti. Il portavoce della polizia ha dichiarato a BBC Urdu che le notizie sulla partenza delle famiglie «non sono vere».
Una studentessa ricorda il padre che irrompe in casa durante un pasto: prendete l'essenziale e andatevene, prima che la folla vi sorprenda per strada. Nella sua via, otto case su dieci sono musulmane, e un vicino musulmano si è offerto di accogliere la famiglia. La polizia ha aperto due fascicoli. Il primo, contro il farmacista, comprende l'articolo 295-C, che prevede la pena di morte, secondo Voicepk, anche se il ministro per le minoranze del Punjab ha elencato a BBC Urdu soltanto reati minori. Il secondo riguarda la folla, in base alla legge antiterrorismo: cinque arresti secondo la polizia, più di 15 secondo un deputato cristiano. Un agente ha detto a UCA News che la vicenda veniva «esagerata» dagli youtuber, aggiungendo che gli abitanti del villaggio erano pronti a firmare un impegno a garanzia del fatto che ai cristiani non sarebbe stato fatto alcun male. L'assicurazione anti-linciaggio, alla maniera del Punjab.
«Nessuna accusa può giustificare la violenza della folla, gli incendi dolosi, le intimidazioni o le punizioni collettive.»— Naveed Walter, presidente di Human Rights Focus Pakistan, 11 ottobre
Tredici rinvii, un cappio
La giustizia ci mette di più. Nel 2010, un uomo di Talagang accusò due fratelli cristiani, Qaiser e Amoon Ayub, di gestire un blog che offendeva il Profeta; la polizia impiegò dieci mesi per registrare la denuncia. Entrambi furono condannati a morte nel 2018, sentenza confermata dall'Alta corte di Lahore nel 2022. Il loro ricorso alla Corte suprema è stato messo a ruolo tredici volte e rinviato tredici volte, prima di essere discusso il 6 luglio. Il 7 ottobre, un collegio presieduto dal presidente della Corte Yahya Afridi ha assolto Amoon, 46 anni, osservando che i parenti intestano spesso linee telefoniche e contratti d'affitto gli uni agli altri. Ha invece confermato la condanna a morte di Qaiser, 49 anni, a nome del quale era registrato il dominio del sito. Sedici anni dopo la denuncia, la Corte ha fatto a metà. Fuori dall'aula, secondo Morning Star News, un avvocato che le famiglie di altri imputati descrivono come il capo di un «gruppo d'affari della blasfemia» posava inghirlandato accanto al denunciante. I legali dei fratelli chiedono una revisione.
Gli stessi funzionari hanno riconosciuto a luglio davanti a una commissione del Senato che la maggior parte dei 333 casi di blasfemia registrati in cinque anni era inventata, spesso per regolare conti personali. Nel Punjab, il 56% degli accusati di aver offeso il Profeta era musulmano; eppure, ha spiegato un pastore presbiteriano a UCA News, vengono attaccati soltanto i quartieri cristiani. I nuovi casi sono scesi a 13 quest'anno, fino ad agosto, secondo la Commissione per i diritti umani del Pakistan citata da UCA News. La vigilanza non è calata: a Rahim Yar Khan, il 4 ottobre, un sottoispettore di pattuglia, mentre guardava un video sul telefono, ha denunciato un fruttivendolo diventato vlogger che, raccontando una lite settaria con il titolare di un negozio di telefonia, avrebbe mancato di rispetto ai compagni del Profeta. Nel 2025, la Commissione Giustizia e Pace dei vescovi ha contato otto cristiani incriminati per blasfemia e otto assolti, in un Paese che politici e religiosi amano definire «una terra di musulmani per i musulmani».
Troppo giovani per sposarsi, abbastanza grandi per convertirsi
Nel Sindh, due sorelle indù di 13 e 14 anni sarebbero state rapite il 29 agosto vicino a casa, a Tando Allahyar, convertite all'islam e date in sposa a uomini molto più anziani. La polizia ha registrato la denuncia il 6 ottobre, dopo settimane di pressioni da parte dei leader della comunità. Ritrovate a settembre, le ragazze hanno chiesto tre volte di tornare a casa; il giudice di primo grado le ha invece mandate in un centro di accoglienza per donne. Il 19 ottobre, l'Alta corte del Sindh le ha restituite ai genitori. Il loro avvocato afferma di rappresentare diverse altre famiglie indù nella stessa situazione.
Il 6 ottobre, durante un evento collaterale del Consiglio dei diritti umani dell'ONU a Ginevra, tre relatori speciali delle Nazioni Unite hanno esortato il Pakistan a proteggere le ragazze da rapimenti, conversioni forzate e matrimoni precoci. Nicolas Levrat ha avvertito che nuove leggi non basteranno a porre fine all'impunità; Reem Alsalem ha citato la legge del Punjab del 2026 che innalza l'età matrimoniale a 18 anni, ma si è detta preoccupata per un'applicazione disomogenea e per le pressioni sulle famiglie affinché ritirino le denunce. Hanno discusso il caso di una ragazzina cristiana di 13 anni scomparsa nel luglio 2025, che in seguito ha dichiarato davanti a un tribunale di essersi convertita e di aver sposato di sua volontà il presunto rapitore, un uomo di 30 anni.
«Non sappiamo dove la tengano.»— La madre della ragazza, in un video mostrato a Ginevra
A luglio, il Parlamento europeo ha rilevato che le ragazze cristiane rappresentano quasi un quarto delle conversioni forzate tramite matrimonio. Troppo giovane per sposarsi secondo la nuova legge del Punjab, una tredicenne resta, davanti a un giudice, abbastanza grande da aver scelto liberamente.
Khawarij, made in India, al riparo a Kabul
Sull'altro fronte, il lessico è teologico. L'8 ottobre a Karak, nel Khyber Pakhtunkhwa, uomini armati hanno ucciso il comandante di un posto di polizia, Daud Khan, e la sua guardia, Farhad; i media locali hanno attribuito l'attacco ai «khwarij», il nome degli eretici del VII secolo che lo Stato oggi dà ai talebani pakistani. Il 10 ottobre nel Kurram, l'esercito ha dichiarato di aver bloccato un'infiltrazione dall'Afghanistan, uccidendo 12 «khwarij ed elementi dei talebani afghani», al prezzo di un soldato, il naib subedar Hidayat Aman, 40 anni. Lo stesso comunicato li definiva «sponsorizzati dall'India»: eretici, agenti indiani e protetti afghani tutto in una volta. Il presidente Asif Ali Zardari ha avvertito Kabul di non scambiare la moderazione del Pakistan per debolezza, e il 17 ottobre sono scoppiati nuovi scontri. Kabul nega di dare rifugio ai talebani pakistani e sostiene che i problemi di sicurezza del Pakistan siano in gran parte interni. Secondo il Pakistan Institute for Conflict and Security Studies, a settembre si sono registrati 225 attacchi, il numero più alto degli ultimi dodici anni.
Il Pakistan non ha mai impiccato nessuno per blasfemia. La Corte suprema è troppo lenta, e la folla non aspetta.

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