BlasfemiaPena di morte

La sua condanna a morte è importante per noi. Resti in linea

Sei anni e mezzo dopo aver condiviso una canzone su WhatsApp, un giovane musicista nigeriano aspetta ancora che la Corte suprema del suo Paese trovi un pomeriggio libero.

In quasi tutto il mondo, il peggio che possa capitare condividendo una canzone su WhatsApp è ritrovarsi con le spunte blu e nessuna risposta. Nello Stato di Kano, nel nord della Nigeria, condividerne una è costato a Yahaya Sharif-Aminu l'arresto, nel marzo 2020. I suoi testi furono giudicati blasfemi, una folla diede alle fiamme la casa della sua famiglia e nell'agosto 2020 un tribunale superiore della sharia condannò il giovane musicista sufi a morte per impiccagione, al termine di un processo in cui, secondo i suoi legali, non aveva un avvocato.

Quel che è seguito è stato un saggio magistrale nell'arte di girare in tondo. L'Alta corte dello Stato di Kano annullò la condanna per vizi procedurali, per poi disporre un nuovo processo per gli stessi capi d'accusa. Nell'agosto 2022 la Corte d'appello ha confermato sia il nuovo processo sia la costituzionalità dell'articolo 382(b) del Codice penale della sharia di Kano. Il premio per essere sopravvissuto a un processo irregolare: il diritto a un secondo. Dietro le sbarre, senza libertà su cauzione, con il patibolo sempre all'orizzonte.

Il ricorso è arrivato alla Corte suprema nel novembre 2022. Una prima udienza si è tenuta nel settembre 2025, appena 34 mesi dopo. A novembre 2025 tutte le memorie erano state depositate e la causa era pronta. Nel gennaio 2026 gli avvocati hanno chiesto una data d'udienza ravvicinata. La cancelleria ha risposto di presentare un'istanza. Loro hanno presentato un'istanza. L'udienza su quell'istanza, fissata per il 25 giugno, è stata cancellata dal ruolo. Le cause, ha spiegato la cancelleria, vengono chiamate rigorosamente in ordine di deposito. Il ruolo da settembre a dicembre 2026 comprendeva poi diversi ricorsi depositati dopo il suo. Rigorosamente in ordine, dunque. Solo non in quell'ordine.

Il 14 settembre i suoi avvocati, guidati da Kola Alapinni, ci hanno riprovato, scrivendo alla presidente della Corte suprema, Kudirat Kekere-Ekun, per chiedere che la causa venisse reinserita nel ruolo con una data ravvicinata. La loro lettera contiene una frase che meriterebbe di essere incisa sopra la porta della cancelleria: in un caso di pena capitale, «il ritardo non è un neutro inconveniente di calendario».

E la questione va ben oltre un solo uomo. Il ricorso mette alla prova la norma sulla blasfemia di Kano rispetto alle garanzie costituzionali di dignità, libertà religiosa e libertà di espressione, nonché ai trattati ratificati dalla Nigeria. Una vittoria potrebbe creare un precedente contro le leggi sulla blasfemia in tutto il nord, leggi che, secondo i suoi difensori, mettono in pericolo le minoranze religiose, compresi musulmani come Yahaya. Secondo ADF International, che sostiene la sua difesa, funzionari dello Stato di Kano hanno dichiarato di volerlo giustiziare pubblicamente se dovesse perdere. Almeno qualcuno, in questa saga, pianifica con anticipo.

Nel frattempo, il catalogo di Yahaya continua a crescere. Due risoluzioni del Parlamento europeo che ne chiedono la liberazione. Un parere di un Gruppo di lavoro dell'ONU che chiede il suo rilascio e un risarcimento. Una sentenza dell'aprile 2025 della Corte di giustizia dell'ECOWAS, l'organizzazione regionale dell'Africa occidentale, che ha giudicato la norma di Kano incompatibile con la Carta africana e con il Patto internazionale dell'ONU sui diritti civili e politici, ordinando alla Nigeria di abrogarla o modificarla. Un relatore speciale dell'ONU che ha segnalato la legge dopo una visita nel giugno 2026. Una bella discografia. Manca solo un'uscita: la sua.

Nulla di tutto ciò vincola la Corte suprema, ammettono cortesemente gli avvocati. A quanto pare, nemmeno il calendario. Avvertono però che il mondo leggerà ogni ulteriore ritardo come un modo della Nigeria per sottrarsi allo scontro tra i codici della sharia degli Stati federati e la sua stessa Costituzione. Il rinvio sembra in effetti l'unico verdetto che questo caso ottenga con regolarità.

La Costituzione nigeriana promette un equo processo entro un termine ragionevole. Condividere una canzone ha richiesto pochi secondi. Sei anni e mezzo dopo, il suo autore aspetta ancora una data.

La preghiamo di restare in linea.

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